SCHEDE TECNICHE

Queste schede tecniche d’antiquariato sono state scritte dall’antiquario Pierdario Santoro

per la rubrica mensile edita sulla rivista “L’Informatore Europeo”. L’originale è corredato da foto e didascalie, qui non riportate.

Si ringrazia per la collaborazione la Professoressa Mara Bortolotto, perito d'Arte presso il

Tribunale di Bologna (www.peritoarte.it).

 

Il legno, seconda parte, l’epoca antica dall’impero romano al Rinascimento.

Non ci sono fonti medioevali che trattino dei legni. E dopo la caduta dell’impero romano molte cognizioni furono perdute, come l’uso della pialla, documentato solo a partire dal XIII secolo o quello della vite, riscoperta anche più tardi. Sotto l’influenza della tradizione romana e poi di quella araba in area mediterranea, Italia, Spagna e Francia, alcune conoscenze tecniche sopravvissero maggiormente. Nel resto d’Europa si utilizzarono le grossolane tecniche nordiche in uso dal neolitico. Era il solo carpentiere, che si occupava dei pochi mobili grossolani, costruiti con tavolame massiccio degli alberi più comuni presenti nelle varie aree geografiche; al nord la quercia e al sud noce e alberi da frutto. Ci si accontentava di inchiodare e di applicare qualche rinforzo di ferro battuto con qualche effetto decorativo. Soprattutto nell'Europa settentrionale si fabbricavano boiseries per coibentare le pareti. Esse erano costituite da pesanti pannelli uniti da chiodi, che erano a punta doppia e dopo averli infissi le due punte erano divaricate e ribattute. I cardini erano di ferro costituiti da due anelli inseriti uno nell’altro realizzati piegando un lungo chiodo, che veniva infisso e ribattuto di sbieco in ciascuna delle due assi da incernierare. Poi si utilizzarono quelli realizzati con due bandelle gigliate o lanceolate, che, soprattutto nei forzieri, furono impiegati a lungo, soprattutto con fine decorativo. Il cassone fu senza dubbio il mobile più diffuso in epoca medioevale. Inizialmente era ricavato dal tronco di un albero. I modelli più antichi, che conservano tracce di quest’origine nelle linee bombate, sono detti “casse da suora”. Esso fa parte degli arredi “trasportabili”. Dotato di comode maniglie, poteva essere facilmente spostato all’interno della casa o portato a dorso di mulo in caso di trasferimenti. Proprio per sopportare questi viaggi spesso la parte posteriore era lasciata grezza. Anche perché, una volta collocati in casa, i cassoni erano addossati alle pareti. Era il mobile polifunzionale per eccellenza. Fungeva innanzitutto da contenitore di vestiti e altri effetti personali, di oggetti di uso quotidiano, come le stoviglie, e anche di oggetti preziosi; ma serviva anche da piano di appoggio, da seduta e all’occorrenza, accostando più cassoni e ricoprendoli con un pagliericcio, da letto; e in quest’ultimo caso permetteva la sorveglianza del contenuto anche durante il sonno. La decorazione è concentrata soprattutto sul fronte e nella parte interna del coperchio. Dapprima dipinto, con scene che si riferivano al matrimonio o ispirate alla mitologia, alla storia antica, alla novellistica e alla poesia contemporanea. Furono poi introdotte le decorazioni a puntinatura, a bulinatura, a incisione pirografata, a pastiglia dorata, a intaglio e a tarsia certosina. Talvolta nello stesso cassone si trovano più tecniche combinate insieme. I motivi decorativi riprendono quelli dell’architettura. Nel periodo romanico si trovano archi a tutto sesto e torniture richiamanti la forma delle colonne. Nella fase iniziale del periodo gotico (detto gotico classico) è molto diffuso il motivo intagliato a forma di pergamene, arrotolate o ripiegate. Nel gotico internazionale sono ripresi tutti i ricami e trafori dello stile ogivale e nella fase più tarda, detta del gotico fiorito (o, in Francia, fiammeggiante) si trovano fiori e girali di rami strettamente intrecciati, in cui s’inseriscono animali, stemmi araldici e scene cortesi. L’uso del cassone si protrae oltre il Medioevo fino al Seicento.

L’ornamentazione è spesso affidata alle stoffe, con cui si coprono gli arredi. È dall’VIII secolo, e soprattutto in età gotica, che rinasce la figura del falegname, egli utilizzava strumenti analoghi a quelli del carpentiere, ma più raffinati. Le pesanti tavole tendevano col tempo a fessurarsi, ma solo dal XIV secolo l’introduzione della sega idraulica favorì la produzione di pannelli più sottili e leggeri, con il recupero della tecnica dell’intelaiatura, che come abbiamo visto era già stata in uso in epoca classica. Ciò permise l’evoluzione fondamentale dalla produzione in massello a quella listata con l’applicazione di fogli di piallaci di legno nobile su telai di legno più corrente. Con il migliorare delle tecniche si tornò a usare l’incastro: sia a tenone e mortasa, sia a coda di rondine. Anche il tornio divenne di gran moda soprattutto per i supporti di tavoli e sedili; ad esempio un’apposita corporazione di tornitori è presente a Colonia dal 1180. Il legno privilegiato era in assoluto il noce, ma anche l’ebano, se pur molto più raro, era lavorato soprattutto nell'Europa settentrionale, da dove fino al Seicento era importato nel resto del continente. La diffusione delle nuove tecniche tra cui quella della tarsia certosina e della tarsia pittorica (vedi le schede già edite sulle tecniche d’intarsio) non ridussero l’importazione in Italia dei pregiati mobili incrostati di ebano e avorio. Come già indicato nella precedente scheda dopo la fine dell’impero romano d’occidente quattro furono le vie principali per i commerci. Quella imperiale, in uso fino al Trecento, da Bisanzio verso Ravenna e Venezia; il suo proseguimento, nel XII e XIV secolo, con la via della seta fino all’estremità del mar d’Azov; quella delle spezie da Creta ad Alessandria, tra l’VIII e il XIII secolo; e quella della lana, principalmente nel Trecento e nel Quattrocento. In Italia le Repubbliche marinare, soprattutto dopo le crociate, riaprirono le vie commerciali con l’Oriente; mentre al nord a partire dal XII secolo si costituì la Lega Anseatica che per due secoli detenne il monopolio dei commerci tra la Germania, le città del Baltico, la Scandinavia e la Russia. Venezia collegata alla Lega, tramite gli scali delle Fiandre, v’importava la “grana del Brasile” dal Siam e da Bimas un legno tintorio, da sempre utilizzato in Cina e in India, chiamato correntemente legno verzino, ampiamente usato per ottenere il violetto, il blu e l’arancione. Il verzino era confezionato in pezzi dentro casse, le galee venete non avevano grandi stive e potevano importare solo merci di valore e di poco ingombro escludendo quindi il legname da costruzione. Sembra che quando i portoghesi scoprirono il Brasile gli imponessero tale nome proprio per la presenza di un legno simile e con le stesse qualità tintorie: il brasiletto. Venezia importava anche il cedro e il sandalo sempre in casse, per uso tintorio e aromatico. Per tingere si utilizzavano, oltre ai coloranti già noti dall’antichità, che abbiamo citato nella scheda precedente, l’erba guada pianta spontanea europea, che fornisce un giallo molto resistente, il più utilizzato fino alla scoperta dell’America. Molto importante fu l’utilizzo della trementina, un’oleoresina estratta incidendo la corteccia di numerose piante. La più nota era quella detta “trementina di Venezia” estratta dal larix europea, albero diffuso in Tirolo, Alto Adige e nell’area di Briançon, dal quale per distillazione si ottiene l’olio di trementina e la colofonia o pece greca.

La colla compare già dall’alto Medioevo solo per le tavole usate per i dipinti, le cui giunzioni erano fissate oltre che da cavicchi di legno anche da caseinato di calcio; mentre per la mobilia la colla animale appare dal Cinquecento.

 

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