SCHEDE TECNICHE

SCHEDE TECNICHE

Queste schede tecniche d’antiquariato sono state scritte dall’antiquario Pierdario Santoro

per la rubrica mensile edita sulla rivista “L’Informatore Europeo”. L’originale è corredato da foto e didascalie, qui non riportate.

Si ringrazia per la collaborazione la Professoressa Mara Bortolotto, perito d'Arte presso il

 

Tribunale di Bologna (www.peritoarte.it).

 

Il commesso in pietre dure.

Il commesso è anche chiamato tarsia (dall’arabo tarsi) o intarsio di pietre dure.

La parola commesso deriva dal termine latino committere ovverosia congiungere, consiste nell'accostamento a mosaico o a intarsio di: frammenti di pietre dure, conchiglie, pietre semipreziose, ecc. Il commesso si caratterizza e distingue dal mosaico per la precisione con cui vengono sagomati i pezzi di pietra in modo che le linee di giunzione siano il più possibile invisibili, al fine di ottenere una superficie omogenea, risultato esaltato dalle operazioni di spianatura e di successiva lucidatura.

Esistono tre tipologie di esecuzione.

 - a rilievo, in cui le tarsie sono scolpite ad altorilievo.

 - classica, ove le tessere, eseguite con cura, sono accostate in modo da formare un disegno.

- a tarsia, in cui su un supporto di base è eseguito il disegno e scavando gli alloggiamenti, detti casse, vi s’inseriscono le tessere di pietra.

La distinzione tra mosaico, tarsia e intarsio è determinata dalle modalità operative e dall’aspetto. Il mosaico, noto anche come incrostazione, si realizza fissando elementi di piccole dimensioni su un supporto, fino alla sua completa copertura. I materiali sono adesi: con colle, materiali bituminosi o con malte. In sostanza si tratta di accostare i vari elementi secondo un disegno predefinito. L’intarsio differisce dal mosaico, come già detto, perché è realizzato incidendo alveoli in una superficie rigida, e inserendo negl’incavi ricavati i vari elementi precedentemente sagomati; differente è il ruolo del supporto che rimane visibile, al contrario che nel mosaico dove esso scompare completamente. Nel mosaico le fughe tra i tasselli risultano più o meno visibili a seconda delle scelte e dell’abilità dell’esecutore, nell’intarsio i pezzi combaciano il più perfettamente possibile. Nell’intarsio le dimensioni delle tessere sono superiori a quelle del mosaico; la colorazione è uniforme e la superficie piana, differentemente dal mosaico in cui l’effetto chiaroscurale è ricercato mediante sfumature dei singoli tasselli e una superficie non perfettamente omogenea, su cui la luce si riflette in modo differenziato. La diversità tra l’intarsio e la tarsia è già insita nel nome: intarsio ovvero in-tarsus, che significa inserire in, e tarsus, che significa letteralmente graticcio, ovvero accostare. La tecnica dell'intarsio lapideo in rilievo ha origini antiche, ma solo a partire dalla fine del XVII secolo la ritroviamo in opere italiane di pregio. Le opere realizzate a rilievo sono comunque rare, dato l’alto costo dei materiali, spesso provenienti da lontani paesi, utilizzati in spessori dai due ai tre centimetri a fronte dei due tre millimetri dell’intarsio in piano. Discorso diverso per i manufatti del XIX secolo, quando il commercio mondiale sarà in grado di fornire materiali a costi molto più contenuti. La storia del mosaico incomincia con i Sumeri, che realizzarono decorazioni bianche, rosse e nere, inserendo coni d’argilla nella malta con la base smaltata a vista. Grosso modo alla stessa epoca gli egizi usarono la medesima tecnica, ampliando la gamma dei materiali: alle pietre preziose, ai mattoni smaltati, alle paste vitree e alle conchiglie. In Grecia, dapprima a Micene e dal V sec. a.C. in tutta l’Ellade, si rappresentarono episodi mitologici o scene di caccia. Inizialmente si utilizzarono ciottoli di pochi colori, poi dal IV sec. a.C. cubetti di marmo e pietre preziose e dal III a.C. vere e proprie tessere di dimensioni ridotte. A Roma si cominciò dal III secolo a.C. (opus sectile) su influenza greca, per poi passare a motivi sempre più ispirati alla natura, soprattutto nell’ornamentazione degli spazi pubblici come le terme. Il mosaico proseguì con Bisanzio; ma dalla fine del V sec. d.C. si diffuse la tarsia marmorea, che dal Romanico si sviluppò impetuosamente, soprattutto in area toscana, nel rivestimento delle facciate delle chiese. Se pur continuando ad ispirarsi al patrimonio culturale classico furono forti le contaminazioni geometrizzanti provenienti dall’islam. Nell’Islam il divieto coranico di rappresentare i lineamenti umani, si tradusse in un ampio repertorio in cui le figure geometriche semplici del triangolo e del quadrato, inscritte nel cerchio, generavano pattern: con la ripetizione, simmetrica e il cambio di scala. Si produssero, poligoni stellati, a sei punte con l’utilizzo di due triangoli sovrapposti e ad otto punte con il quadrato. La stella, per l’evidente significato simbolico, era impiegata in intrecci ed effetti tridimensionali anche complessi; ripetendo le medesime configurazioni in ogni direzione. In Occidente eccelse fra tutti la famiglia dei Cosmati, con l’utilizzo di motivi a guilloché (ripetutamente intrecciati) e a quinconce (basati sul numero 5), in cui cerchi e quadrati si intrecciano mediante bande incrociate, con cerchi concatenati e stelle a sei punte; tanto da dare in occidente il nome di cosmatesche a tali tipi di decorazioni. La particolarità tecnica delle tarsie cosmatesche è la combinazione di due metodi: l’opus interrassile, vero e proprio intarsio con l’inserimento delle tessere all’interno di incavi praticati su lastre di colore contrastante e l’opus alexandrinum, in cui si combinano tessere musive in vetro con altre in pietra dura. Durante il Rinascimento fu molto impiegato il mosaico, mentre la tarsia si sviluppò principalmente in ambito architettonico con splendide decorazioni quali quelle veneziane. Dalla fine del ‘500 la tarsia assunse una reale importanza grazie alle botteghe fiorentine; tanto da prendere successivamente il nome di commesso fiorentino. Le pietre dure decorarono non solo le architetture, ma anche gli arredi. Il ‘600 può essere considerato il secolo della tarsia. La ricerca degli effetti coloristici tipica del Barocco portò a un notevole incremento del suo uso. In tutta Italia assistiamo, soprattutto in ambito chiesastico, all’impiego più svariato di marmi e pietre dure; e nelle realizzazioni più ridotte, come negli altari, all’introduzione anche di pietre preziose. Nel ‘700 l’uso della tarsia tese progressivamente a rarefarsi, anche se sopravvissero esempi significativi del suo utilizzo. Nell’800 il suo uso architettonico fu raro, mentre le tendenze storiciste ne accrebbero l’uso decorativo sugli arredi. Due sono gli opifici più importanti in Italia: l’Opificio delle pietre dure, creato a Firenze nel 1588 dal granduca Ferdinando I De Medici e tuttora esistente, e il Real laboratorio delle pietre dure, realizzato a Napoli da Carlo III di Borbone nel 1738 e cessato nel 1861 dopo l’unità d’Italia. Enrico IV e Luigi XVIII istituirono i propri laboratori nel palazzo del Louvre. Varie botteghe furono presenti in tutta Europa. Molteplice la varietà di marmi usati.

Tecnica esecutiva del commesso. Per prima cosa si procedeva alla realizzazione delle lastrine, tagliando a fette le pietre, se necessario si fissavano i pezzi più piccoli ad una lastra più grande, con una sega a telaio provvista di una lama con i denti per i materiali più teneri, senza denti e per mezzo di acqua e abrasivi per quelli più duri. Per la realizzazione di un metro quadro occorrevano: da poche ore per i materiali teneri come il calcare, fino a sessanta giorni per i più duri come il lapislazzuli. Il progettista eseguiva un disegno a colori, quasi sempre in dimensioni reali; da questi si otteneva un cartone su cui si realizzavano le varie sezioni. Lo “sceglitore di macchie”, selezionava le tessere più vicine alla tonalità del modello. La lastrina era bloccata in una morsa e si procedeva al taglio mediante l'uso di un archetto provvisto di un filo sottilissimo in acciaio rivestito di rame sul quale si versava una soluzione abrasiva. Se era necessario cominciare da un punto interno, si praticava un foro in cui si inseriva il filo dell’archetto. Ritagliati i contorni di ogni elemento, controllata la perfetta aderenza tra le tessere, si poneva l'opera su di un piano con la parte a vista in basso. Si procedeva alla spianatura del retro delle tessere con dell'abrasivo a grana grossa; quindi si versava sopra una colla a caldo, formata in genere da una parte di colofonia e tre di cera d'api. Incollato il piano definitivo si toglieva quello provvisorio e si procedeva alla pulitura della parte a vista, lucidando con abrasivi sempre più fini; la lucidatura finale si otteneva sfregando con spoltiglio, per mezzo di lastre di piombo o di tamponi di tela imbevuti d’olio.

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