SCHEDE TECNICHE

SCHEDE TECNICHE

Queste schede tecniche d’antiquariato sono state scritte dall’antiquario Pierdario Santoro

per la rubrica mensile edita sulla rivista “L’Informatore Europeo”. L’originale è corredato da foto e didascalie, qui non riportate.

Si ringrazia per la collaborazione la Professoressa Mara Bortolotto, perito d'Arte presso il

 

Tribunale di Bologna (www.peritoarte.it).

 

Questa scheda è stata curata da Silvia Fini. Esperta di bijou a Bologna.

“Race Style” l’eleganza del primo Novecento all’Arcoveggio di Bologna

Si è da poco concluso il 70° Gran Premio della Repubblica all’Ippodromo Arcoveggio, che quest’anno festeggia il suo 85° anniversario. Per celebrare degnamente questa giornata importantissima per lo sport, Silvia Fini, storica del costume, perito esperto del tribunale di Bologna e docente di storia del gioiello, ha organizzato una sfilata di moda vintage, che è culminata con l’elezione di Miss Arcoveggio 2017. Nove modelle giovanissime, in elaborate acconciature realizzate da Hela Hablani, si sono avvicendate in passerella incantando l’élite bolognese, circondate da auto d’epoca. Gli abiti e gli accessori, tutti rigorosamente originali, spaziavano dallo stile geometrico degli anni ‘20 al floreale degli anni ‘70 e meritano sicuramente un’attenta analisi. Il primo abito, il più antico della collezione, è in tipico stile decò, databile tra il 1925 e il 1929. In questo periodo la moda femminile cambiò radicalmente: prima della Prima Guerra Mondiale si indossavano bustini con stecche di balena per modellare il corpo in una esagerata forma a clessidra, tessuti pesanti dai colori spenti venivano impiegati per confezionare lunghe ed elaborate gonne con lo strascico, oppure bluse ornate di pizzo abbottonate fino al collo. A partire dagli anni ‘20, le giovani donne si ribellarono a questa eleganza costrittiva, lanciando un look moderno molto giovanile, allungato e aggressivo. Per enfatizzare la snellezza serpentina del corpo, vennero lanciati abiti sciolti e dal taglio diritto, le curve femminili erano rifiutate in favore di una silhouette più lineare, quasi da ragazzo. Lo stile alla maschietta abbinava il suo look adolescenziale con l’esposizione senza precedenti di ampie zone del corpo: gli orli delle gonne si sollevarono fin sotto il ginocchio, i vestiti erano spesso senza maniche e profondamente scollati, davanti o sulla schiena. La nuova moda era non solo un semplice capriccio, ma una necessaria evoluzione dovuta ad un’esistenza molto più attiva, libera e varia rispetto a quella degli anni precedenti: durante la guerra la donna aveva guidato treni, lavorato nelle fabbriche e nelle fattorie, e visto una generazione di uomini decimata dal conflitto. Era semplicemente impossibile tornare alla femminilità timida e frivola, il mondo aveva perso la sua innocenza, e la fiducia prebellica in un’esistenza prevedibile e bene organizzata se n’era andata per sempre. Già prima della guerra le donne avevano oltrepassato numericamente gli uomini, ma nel 1920, in Europa la sproporzione era tale che il matrimonio non era più visto come unico traguardo e le donne erano costrette a ripensare il proprio futuro in modo più indipendente. Il secondo abito, in stile retrò, è il tipico vesito da cocktail del tempo di guerra. Tra il 1930 e il 1945 lo sviluppo della moda fu influenzato in larga parte da Hollywood e dai desideri che il cinema risvegliava nella gente comune. Il lusso ostentato nei film degli anni ‘30 attirava tutte le classi sociali e l’emulazione delle star del cinema divenne una forza trainante nello stile di vita. Riviste come Vogue e Mademoiselle usavano le star come modelle nei servizi di moda, eclissandole al livello dei reali europei, con la sola differenza che essi non costituivano un’aristocrazia immutabile per nascita, quanto piuttosto un’élite variabile accomunata dalla bellezza, talento e una buona dose di fortuna. Questo elemento di casualità, faceva sì che il pubblico potesse adorare i suoi eroi e insieme identificarsi con loro, con la ferma convinzione che i sogni potevano sempre avverarsi. Oltre a creare il gusto per abiti e gioielli di lusso, Hollywood ispirò anche una cultura della vita notturna nella quale era possibile comportarsi come le star. Uomini e donne si vestivano con i propri abiti più splendidi e andavano in città, a coppie o in gruppo, per godersi quella che la rivista Vogue definiva “café society”. L’ampia scelta di locali notturni destinati ai vari ceti sociali, produsse una domanda crescente di accessori di tutti i generi, che si armonizzassero non solo con gli abiti ma anche con l’ambiente in cui erano indossati. Gli stili degli abiti e i gioielli da cocktail avevano in comune la predilezione per le forme grosse e audaci, d’impatto cinematografico. Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, l’industria della moda era assediata dal razionalismo e l’occupazione della Francia, nel 1940, aveva bloccato sia l’esportazione della moda, che le pubblicazioni dell’edizione francese di Vogue, creando una forma di isolamento. Negli Stati Uniti, il regolamento restrittivo L-85 specificava addirittura l’esatta quantità di stoffa utilizzabile per ciascun indumento, stabiliva la lunghezza degli orli e delle maniche e si pronunciava anche sui bottoni. L’abbigliamento maschile era una fonte d’ispirazione per lo stile classico, robusto e austero che veniva raccomandato e attrici come Joan Crawford e Marlene Dietrich avevano già accordato al look mascolino il consenso di Hollywood. La tipica moda del tempo prevedeva un tailleur a taglio maschile con le spalle imbottite e le scarpe con la zeppa, che le conferivano un aspetto autoritario e sicuro di sé, coerentemente col suo ruolo di donna lavoratrice. Sebbene fosse disegnato con la maggiore eleganza possibile, questo tailleur era quasi una divisa, e aveva bisogno di accessori come i gioielli che lo vivacizzassero e lo rendessero femminile. I gioielli da cocktail apparvero quindi un modo utile per rallegrare il look statico ed essenzialmente utilitario del tempo di guerra. Erano attraenti, divertenti e facilmente disponibili, al punto che, quando la guerra finì, il giro d’affari della cocktail jewelry americana era triplicato dal 1939. Molte piccole società produttrici di gioielli fantasia riconvertirono le loro fabbriche alla produzione di strumenti di precisione, componenti di aeroplani o piastrine d’identificazione, medaglie o fibbie per cintura. Le ditte Trifari e Cohn & Rosenberger (marchio Coro), continuarono produrre gioielli da cocktail, ma dovettero improvvisare per far fronte alle restrizioni sulle materie prime. La loro ingegnosità diede luogo, paradossalmente, ad alcuni dei gioielli fantasia più straordinari e collezionabili del secolo. Il periodo post-bellico fu un’epoca di ottimismo, l’economia era in piena espansione e gli impianti per la produzione in serie, messi a pieno regime dalla guerra, furono utilizzati per una gamma sempre crescente di beni di consumo. Dopo anni di abiti mascolini, nel 1947 Christian Dior trasformò il look femminile suscitando scalpore e focalizzando nuovamente l’attenzione sulle collezioni parigine. Egli divenne rapidamente la linea guida dello stile degli anni ‘50 sia negli Stati Uniti che in Europa. Il new look era basato su una femminilità molto studiata: le sue lunghe gonne spesso ondeggianti richiedevano quantità inaudite di tessuto e riflettevano il nuovo stile di vita e consumo agiato. Il corpo femminile tornava ad essere costretto in curve esagerate ottenibili solo con bustini e corsetti, mentre la rigidità dei tagli anni ‘40 era ammorbidita da spalle scivolate e scollature vertiginose. La formalità del new look richiedeva tacchi alti, ampi cappelli, guanti bianchi e numerosi gioielli importanti: lusso che le donne, dopo anni di austerità imposta dalla guerra, mostrarono di gradire. Negli anni ‘60 la ribellione dei giovani, che per la prima volta nella storia trovò voce e attrasse enorme pubblicità, prese come obiettivo lo stile maturo di Dior degli anni ‘50, contribuendo alla diffusione degli stili adottati dagli adolescenti. I progressi della produzione in serie condussero a una crescente produzione di massa della moda per tutto il XX secolo, e negli anni ‘60 il forte incremento demografico del dopoguerra costituì un enorme mercato per l’industria. I profondi cambiamenti sociali e morali vennero espressi con forza da una grande varietà di stili, che si sovrapposero coesistendo. A partire dal 1961, la concreta possibilità e il fascino dei viaggi nello spazio, contribuì a creare un’immagine del tutto nuova di “era spaziale”, alla quale diedero un forte impulso la nuova generazione di designer francesi come Pierre Cardin. Intuendo che l’alta moda, nel senso tradizionale del termine era in declino, questi nuovi professionisti usarono le sfilate principalmente come vetrine per le loro collezioni prêt-à-porter, più o meno come fanno i designer attuali. Una delle forme d’arte più originali e rappresentative degli anni sessanta è la “Op art” (optical art). Si tratta di un movimento di arte astratta nato intorno agli anni cinquanta e sviluppatosi poi negli anni sessanta, caratterizzata dall’approfondimento di ricerche ottico-percettive condotte nell’ambito del Bauhaus, del Futurismo e del Dadaismo. Gli artisti della Op-art si servono delle tecniche industriali per ricreare i loro effetti ottici e di movimento, e di congegni meccanici, luminosi, ellettromagnetici, oltre ad i classici accostamenti di colori netti a linee, punti, forme geometriche che destano nell’osservatore reazioni ottiche e psicologiche. Nella sua stupefacente varietà, la moda degli anni ‘60 fu caratterizzata da una libertà senza precedenti. In questo clima di illimitate possibilità, la ricerca della nuova grande idea era continua, favorita dall’immediata disponibilità di articoli di moda economici e prodotti in serie. La produzione in serie richiede una comunicazione di massa che crei la domanda per i beni effimeri riversati senza sosta sul mercato. I primi significativi legami erano stati con i film di Hollywood, ma negli anni ‘60 la produzione in serie serviva ormai una cultura di massa diffusa da una incredibile varietà di media: la televisione, i network d’informazione, le riviste e la musica pop. Il culto dell’immagine, della celebrità, e la connessa frenesia consumistica provocarono una violenta reazione idealistica, che sfociò nel movimento hippy “flower power”. Questo movimento tentò di dar vita alla controcultura di una società alternativa, basata su valori non mercantili. Ma anche questa immagine hippy era facilmente sfruttabile e condusse alla produzione di una grande quantità di abiti con decorazioni floreali e relativi accessori.

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