SCHEDE TECNICHE

SCHEDE TECNICHE

Queste schede tecniche d’antiquariato sono state scritte dall’antiquario Pierdario Santoro

per la rubrica mensile edita sulla rivista “L’Informatore Europeo”. L’originale è corredato da foto e didascalie, qui non riportate.

Si ringrazia per la collaborazione la Professoressa Mara Bortolotto, perito d'Arte presso il

 

Tribunale di Bologna (www.peritoarte.it).

 

Il calendario repubblicano e l’ora decimale, 1792-1805.

Più di duecento anni sono ormai trascorsi da quel primo gennaio 1806, che vide la scomparsa definitiva del calendario rivoluzionario.

L’ideale rivoluzionario tentò di sintetizzare in uno sforzo estremo di razionalità, il pensiero filosofico del “Secolo dei Lumi”. Il tempo nuovo della Repubblica doveva segnare la cesura definitiva con il tempo vecchio dell’Ancien Regime e della Monarchia.  Esso fu adottato per tredici anni in Francia, negli stati italiani fondati da Napoleone, in Belgio e per 18 giorni durante la Comune di Parigi del 1871.

La storia del calendario rivoluzionario incominciò il 21 dicembre 1792 allorquando, in pieno periodo rivoluzionario durante il periodo del “Terrore” di Robespierre, furono nominati Commissari, incaricati di elaborare il piano della riforma, Gilbert Romme (1750-95), il suo principale artefice, e Prieur. Il 4 Frimaio Anno II (24 novembre 1793) dopo varie peripezie fu promulgato dalla Convenzione il “decreto sull’Era, l’inizio e l’organizzazione dell’Anno, e sui nomi dei giorni e dei mesi” e adottate le “istruzioni sull’Era della Repubblica e sulla divisione dell’Anno”. Fu fissata la data retroattiva d’entrata in vigore al 21 settembre 1792, data dell’abrogazione della monarchia, coincidente con l’equinozio. In questo calendario l’anno è diviso in dodici mesi di trenta giorni; il mese in tre decadi; il giorno in dieci ore; l’ora in cento minuti; il minuto in cento secondi. Alla fine dell’anno si aggiungevano i cinque giorni mancanti di feste repubblicane le Sanculottidi, denominate: della Virtù, del Genio, del Lavoro, dell’Opinione e delle Ricompense. Ogni ciclo di quattro anni, chiamato Francesiade invece che bisestile, si celebrava una sesta Sanculottide, la festa della Rivoluzione.

Il dibattito sulla razionalizzazione del calendario è antico e già nell’Enciclopedia di Diderot e D’Alembert se ne sollecitava una divisione razionale decimale. I rivoluzionari considerarono l’istituzione del nuovo calendario come momento di rottura, che segnava la fine dell’Era Cristiana e l’inizio del Tempo Nuovo. Esemplari le parole di Gilbert Romme: “L’Era Volgare fu l’Era della crudeltà, della menzogna, della perfidia e della schiavitù; essa è finita con la monarchia, sorgente di tutti i nostri mali (….) la nomenclatura (antica) è un monumento di servitù e d’ignoranza alla quale i popoli hanno successivamente aggiunto il segno del loro avvilimento”. Per contro il tempo nuovo nasceva il giorno dell’equinozio “così l’uguaglianza del giorno e della notte era segnata nel cielo nello stesso momento in cui l’uguaglianza civile e morale è proclamata dai rappresentanti del popolo francese come il fondamento consacrato del suo nuovo giorno” (Romme “rapporto sull’Era della Repubblica” tenuto alla Convenzione il 20 settembre 1793). In quest’atto si fondavano diverse motivazioni: da quelle anticristiane, con l’abolizione delle festività religiose e in particolare della domenica; a quelle razionalizzanti; dalla volontà di rompere in maniera inequivocabile col passato, e segnare l’inizio dell’Umanità Nuova; a quella più prosaica di aumentare i giorni lavorativi, più numerosi che nel calendario tradizionale. Il Tempo della Città Nuova istituzionalizzava il sentimento d’essere in un’epoca eccezionale, dove era possibile un futuro d’umanità rinnovata; e nello stesso tempo l’ideale utopistico permetteva il distacco dalle difficoltà reali, di mascherare la realtà del “Terrore”. Il 2 brumaio anno II (25 ottobre 1793) Fabre presenta un rapporto sui nomi delle divisioni dell’anno e alla fine i mesi adotteranno dei neologismi connessi alla meteorologia (piovoso, ventoso, termidoro, fruttidoro, ecc.); mentre i giorni seguiranno una numerazione ordinale con neologismi di tipo “poetico” (primodì, duodì, tridì, ecc.). Ogni giorno dell’anno sarà dedicato, in sostituzione dei Santi, a elementi naturali quali: fiori, piante, animali, arnesi rurali (rosa, olmo, scure, ecc.). L’almanacco basato sul nuovo calendario risultò così essere una piccola enciclopedia a uso del popolo. Ad esempio il 5 nevoso è consacrato al cane (così descritto: “Cane, quadrupede di forma, di colore, di grandezza, di carattere differente. Le sue varianti sono orecchie dritte o pendenti, testa rotonda o allungata, labbra pendenti, schiena rilevata, gambe piegate, ecc.”), che per, strana coincidenza, corrispondeva al 25 dicembre Natale, cosa che sollevò forti proteste; lo si sarebbe almeno potuto dedicare all’agnello. Si pensava che così al centro dei pensieri d’ogni francese sarebbe stata per sempre la natura, che con l’agricoltura costituiva la base del lavoro del popolo. In realtà per tutto il tempo della durata in vigore del calendario rivoluzionario in tutto l’Impero, soprattutto nelle campagne, si continuò a usare il vecchio calendario. Solo gli atti pubblici (matrimoni, contratti, leggi, disposizioni amministrative, ecc.) per legge furono redatti secondo il nuovo ordine, pena severe multe e prescrizioni, più volte reiterate in editti successivi. Hanin, pittore su smalto di quadranti, il 27 settembre 1793 presentava al Comitato di Salute Pubblica un modello di quadrante, che segnava la concordanza delle ore e dei minuti antichi con i nuovi, dividendo in una metà le prime dodici ore corrispondenti alle cinque nuove, e nell’altra metà le seconde dodici corrispondenti alle altre cinque (indicate cinque in numeri arabi, e cinque in numeri romani); tale quadrante fu stampato in diecimila copie, allegato all’almanacco dell’anno successivo e al citato decreto del 24 novembre del 1793.

IL 21 piovoso anno II (9 febbraio 1794) un decreto indisse un concorso a premio tra gli orologiai, su come decimalizzare l’ora. Il 18 germinale anno III (7 aprile 1995), dopo meno di diciotto mesi, fu sospeso il decreto, che rendeva obbligatoria l’ora decimale. Il 24 fruttidoro anno XIII (11 settembre 1805) Napoleone firmò il decreto che aboliva, a partire dal I gennaio 1806, il calendario rivoluzionario e ripristinava quello Gregoriano.

Questa riforma durò troppo e troppo poco. Troppo per assurgere a evento simbolico, basti pensare che quale data simbolo della Rivoluzione oggi si preferisca quella della presa della Bastiglia (1789), a quella d’inizio dell’Era rivoluzionaria, fissata alla caduta della monarchia (1792). Troppo poco per riuscire ad acquistare quella forza d’inerzia, che l’abitudine conferisce a volte ai processi storici. Durò, per il suo valore simbolico di nascita di una nuova Era, oltre il “Terrore” e addirittura un po’ oltre il Concordato e la consacrazione a imperatore di Napoleone. Fallì perché si scontrò con le abitudini popolari, e non solo quelle delle grandi feste religiose come il Natale o la Pasqua e le domeniche, ma anche con quelle civili come la fienagione, il carnevale, ecc. L’ora decimale, meno pregna di valore simbolico, durò ancor meno; sia perché in Francia esistevano quindici milioni d’orologi e pendole che sarebbero dovute essere modificati; sia perché gli orologiai francesi avrebbero perso la possibilità di esportare nel resto del mondo, che restava fuori della riforma; sia perché ai fini pratici all’epoca non era molto differente usare l’uno o l’altro sistema. Il bisogno di precisione non era certo quello moderno. Oggi possiamo rammaricarci che tale divisione razionale non abbia trionfato. Basti pensare che ancora esistano nel mondo più di quaranta calendari diversi e se ne creano ancora di nuovi, come quello recente della Corea del Nord, che ha fissato l’inizio della sua Era al 1912.

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