SCHEDE TECNICHE

Queste schede tecniche d’antiquariato sono state scritte dall’antiquario Pierdario Santoro

per la rubrica mensile edita sulla rivista “L’Informatore Europeo”. L’originale è corredato da foto e didascalie, qui non riportate.

Si ringrazia per la collaborazione la Professoressa Mara Bortolotto, perito d'Arte presso il

Tribunale di Bologna (www.peritoarte.it).

 

Il corallo prima parte: dall'antichità al Quattrocento.

Per la pesca del corallo, fino a tempi recenti, si sono utilizzati attrezzi devastanti; e purtroppo ancor oggi, che la raccolta può compiersi solo con sommozzatori autorizzati, si continua con queste pratiche illegali, che hanno portato alla rarefazione dei banchi di corallo. Uno di questi attrezzi è la Croce di S. Andrea, composta di quattro braccia disposte a croce, con superiormente  all'estremità delle specie di rampini per strappare il corallo e fissate al di sotto un groviglio di reticelle per raccoglierlo; essa permette di entrare negli anfratti dove il corallo cresce a testa in giù e di sradicarlo. Un altro utensile molto simile è l'Ingegno, composto di un palo su cui sono fissate alcune corde con legate a varie distanze delle reticelle; esso riesce a operare a maggiori profondità della Croce di S. Andrea, fino oltre i 40 metri, dove è molto buio e il corallo cresce e si sviluppa verso l'alto su pareti perpendicolari nei luoghi in cui la corrente marina non permette il deposito di detriti sulle rocce.

Il corallo fu lavorato sin dall'antichità sia in Europa sia in Asia; alcuni reperti di grani risalgono a 10000 anni a. C. L'assenza di maschere subacquee non consentiva una chiara visibilità e i pescatori, procedendo a casaccio, spesso scambiavano comuni anemoni marini per coralli; contribuendo a ingenerare la credenza che il esso fosse una pianta, molle In acqua e i solidificantesi a contatto con l'aria. Solo nel Settecento si scoprì che le ramificazioni coralline sono create da colonie di piccoli animali (polipi) secernenti una sostanza calcarea. Lo scheletro calcareo, durissimo è ricoperto da uno strato di tessuto molle chiamato cenosarco, che è rimosso durante la lavorazione. Fu Henry Lacaze-Duthiers, nel 1864, a stabilirne definitivamente la natura con la sua monumentale opera “L’histoire naturelle du corail”. Il mito greco-romano descriveva così la nascita del corallo: esso era nato dalle gocce del sangue, che cadendo dalla testa recisa della Medusa, adagiata da Perseo su dei ramoscelli acquatici, li bagnavano, tingendoli di rosso e pietrificandoli. Alcune Ninfe marine, accorse, li raccolsero per adornarsene i capelli e così facendo ne dispersero i semi in mare, dando in tal modo origine al corallo. La diffusione del corallo nell'antichità è ancora oggetto di studio. Le fonti parlano principalmente di un impiego a scopo profilattico e medico. Nell’Antico Egitto la polvere di corallo era sparsa sui campi per propiziare i raccolti; scarabei e amuleti di corallo erano posti a protezione dei defunti nella loro nuova vita ultraterrena. Il corallo polverizzato, era utilizzato per cure e ricette, per le presunte proprietà, soprattutto astringenti e rinfrescanti, che si pensava possedesse contro numerose malattie. Presso i Greci esso era appunto impiegato come medicinale e il materiale, soprattutto grezzo, per offerte di ramoscelli ai templi; ma anche, più marginalmente, per la gioielleria. I Romani consideravano il coralloefficace sia per la cura di varie malattie sia come amuleto, in particolare per la protezione dei neonati. Il loro interesse prevalente per le perle li portò a scambiarne grandi quantità, sembra alla pari un grano contro una perla, a partire dal I secolo d.C.; quando dall’Egitto romano, tramite il Mar Rosso, se ne intensificarono le esportazioni verso l’Oriente e i porti dell’Arabia e dell’India. I Romani furono i primi a realizzarne piccole sculture e opere d’arte. Alla metà del I sec. d. C. il corallo è ormai esportato in tutti gli empori della costa occidentale dell'India, fino al Malabar. Reperti di corallo sono stati segnalati a Ràjgàht, Benares e a Maski nel Deccan meridionale. Perline di corallo, in notevoli quantità, sono state ritrovate a Sri Lanka, più precisamente a Ridiyagàma e Anuràdhapura. Le fonti attualmente note non consentono di indicare, fino all'età medioevale, altri momenti nella storia delle esportazioni di corallo mediterraneo verso il subcontinente indiano, testimoniate con sicurezza da autori e documenti arabi solo a partire dal X sec. d. C. Il corallo è sempre stato considerato in possesso di virtù apotropaiche (scaramantiche, propiziatorie), da cui derivava l'uso di indossare monili o di scolpire statue a esempio a forma di pene. Reperti archeologici documentano la presenza di amuleti e gioielli in corallo del Mediterraneo anche in Afghanistan e in Cina. Nel Medioevo l’interesse delle popolazioni dell’Arabia, così come dell’Estremo Oriente per i coralli continuò; come raccontato da Marco Polo nel "Milione", esso era molto ambito sia dai Mongoli sia dai Tibetani. L’interesse per il corallo è testimoniato da alcuni splendidi artefatti appartenenti alla straordinaria collezione "De Simone, di Torre del Greco" tra cui: un'armatura di un cavaliere della Mongolia, un piatto rituale del Nepal e alcuni gioielli dello Yemen. Dal popolo nomade della Mongolia gli è stato attribuito la valenza di energia vitale e di equivalente del fuoco, potenziato dall’accostamento al turchese, simbolo dell’aria. In Mongolia, come in altre regioni d’Oriente, i gioielli in corallo si supponeva svolgessero una funzione protettrice nelle varie fasi della vita: la nascita, la circoncisione, la pubertà, il matrimonio. Nello Yemen con l’affermarsi dell’Islam, durante il VII secolo d.C., si andò rafforzando l’ammirazione per il corallo, inteso come simbolo di bellezza (nel Corano le vergini nel giardino del paradiso sono paragonate a rubini e coralli). La tradizione della gioielleria yemenita è strettamente correlata con la comunità degli orefici ebrei stabilitisi nella penisola già in epoca antica. È necessario ricordare i Celti, che ebbero un tale culto per il corallo che, quando venne loro a mancare, perché avviato su altri mercati più remunerativi, ne crearono un sostituto nello smalto rosso.

La principale differenza tra Occidente e Oriente nella lavorazione del corallo non è costituita da tecniche diverse, ma da un differente approccio culturale. L'Occidente predilige l'aspetto formale e poco si cura di conservare il naturale andamento strutturale del materiale; al contrario l'Oriente si preoccupa di preservarlo, conservando nei manufatti le torsioni tipiche dei rami. Due sono le principali lavorazioni del corallo: quella liscia e quella incisa. La lavorazione liscia realizza sfere, cannettine per collane, barilotti, olivette, e cabochons. L’incisa, eseguita dai Maestri, consiste nello scolpire nel corallo medaglioni, motivi floreali, statuine, ecc. L’artista oltre a tenere conto dell'andamento del corallo deve saperne percepire le potenzialità e realizzarle a colpi di bulino. Sono necessari, oltre al talento, anni di tirocinio e di studio.

Nella tradizione religiosa cristiana l’albero del corallo è stato assimilato all’albero della Croce (e le gocce di corallo al sangue di Cristo) la sua Passione e Resurrezione, e dunque la sua doppia natura umana e divina. Il corallo rosso, al collo del Bambino Gesù in numerose raffigurazioni, richiama i medesimi significati. Tutto ciò ne spiega l'ampio utilizzo negli oggetti devozionali, negli ostensori, nei grani del rosario, nelle fasce battesimali, nei presepi. Nel passato si pensava che il suo potere scaramantico proteggesse dai sortilegi, dai dolori della dentizione e dalle malattie; efficace rimedio contro incidenti e patologie: dalla sterilità alle coliche, dalle pestilenze ai morsi di vipera. Considerato un potente amuleto per proteggere i bambini, si comprende perché in molti dipinti rinascimentali siano raffigurati bimbi e fanciulli che vestono o sono circondati da persone che indossano collane composte di sferette di corallo e un rametto per ciondolo. Fino al Cinquecento la produzione era principalmente costituita di grani per i rosari, detti paternostri, usati sia dai musulmani sia dai cristiani, e solo dopo per le collane. A Genova spetta il primato dei primi documenti scritti in cui si fa cenno: a coralli lavorati nel 1154, a bottoni nel 1268 e a fermagli di corallo esportati a Costantinopoli del 1284. Per la maggiore vicinanza dei mercati i prodotti liguri e provenzali erano maggiormente commerciati nei Paesi dell’Europa occidentale, quelli siciliani nel vicino Oriente. Amalfi scambiava, principalmente con spezie, con i mercanti del levante i grani di corallo che produceva. La creazione di un'apposita corporazione a Parigi testimonia la lavorazione del corallo dal Trecento; estesasi poi a Lione, Aix en Provence e a St. Claude. Barcellona nel XII secolo, anche grazie alla pesca che se ne faceva, era una delle città più attive in tale lavorazione.

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