SCHEDE TECNICHE

Queste schede tecniche d’antiquariato sono state scritte dall’antiquario Pierdario Santoro

per la rubrica mensile edita sulla rivista “L’Informatore Europeo”. L’originale è corredato da foto e didascalie, qui non riportate.

Si ringrazia per la collaborazione la Professoressa Mara Bortolotto, perito d'Arte presso il

Tribunale di Bologna (www.peritoarte.it).

 

La scagliola, prima parte, cenni storici.

La pietra di luna.

Questo nome deriva alla Scagliola per il fatto di essere ottenuta dalla Selenite (Solfato di Calcio biidratato) un minerale che si trova in natura con una caratteristica conformazione a scaglie. I pezzi di Selenite erano estratti dalle cave e posti in forno, dove alla temperatura di 128° C si disidrata e incomincia a polverizzare. In seguito la polvere era tolta dal forno, pestata in un mortaio per polverizzarla completamente, e dopo averla ben setacciata da ogni impurità si otteneva la polvere bianca detta Scagliola. Questa polvere rimescolata all'acqua, tende a ricomporre la sua struttura originaria, ma il gesso che si ottiene è fragile e tenero; però se mescolata a colle e in seguito essiccata e trattata con oli e cere, raggiunge uno stato di concreta durezza con buone proprietà di resistenza e impermeabilità.

La scagliola rientra in quel tipo di pratiche artistiche, che tendono a stupirci per la loro stessa natura curiosa e particolare, sia per il piacere estetico che ci procurano; sia sotto l’aspetto tecnico.

Fa parte di una tradizione artigiana, che dura nel tempo ed evolve continuamente. Questa tecnica sostituisce nella sua esecuzione all’utilizzo dei materiali più nobili e costosi, quello dei più semplici ed economici. Questo è un fenomeno che caratterizza tutta la transizione dal Rinascimento al Barocco. A mano a mano che cresceva la difficoltà di usare certi materiali, sia perché meno reperibili, sia perché troppo costosi. Il Barocco è uno stile in cui si utilizzano spesso preziosi intarsi marmorei, ma è costante la presenza dell’imitazione, quale il finto marmo, o lo stucco usato come pietra. La scagliola si avvale della bellezza della materia e della raffinatezza tecnologica, che può farci credere a una preziosità che, di fatto, non c’è.  Altri manufatti che ritroviamo nelle tecniche della scagliola sono i trompe-l’oeil. Essi rendono perfettamente l’imitazione della realtà che quest’arte riesce a esprimere dandoci il massimo della soddisfazione e del piacere visivo. La scagliola in definitiva è un’arte che ne imita un’altra, piuttosto che imitare la natura, sollecitando i sensi a scambiare per reale ciò che è, di fatto, una sostituzione. Il presupposto di questa difficile operazione è contenuto in un’elementare necessità, il passaggio, dalla ricchezza alla povertà ottenendo lo stesso risultato. Anche se, il carattere imitativo, e l’uso di un materiale non pregiato hanno talvolta provocato un giudizio riduttivo, che ha relegato la scagliola al rango di genere artigianale privo di autonomia creativa, essa è in vero una tecnica che racchiude in sé la bellezza solenne e splendente della materia, che solo per merito di una raffinata tecnologia può farci credere a una preziosità che, di fatto, non esiste.

Questo materiale è conosciuto in Italia anche come “meschia” o “mestura” nel modenese, pasta di marmo a Napoli, come “stuck-marmor” in Germania e come “ bossi work” in Inghilterra (dal nome dell’artefice italiano attivo a Dublino alla fine del Settecento). Le opere in scagliola hanno avuto un’ampia diffusione in Europa tra il XVII e il XIX secolo. In quest’arco di tempo si sono delineate alcune aree e periodi in cui la produzione, grazie al verificarsi di condizioni particolarmente favorevoli, ha avuto punte di concentrazione rilevanti: in Baviera, in Lombardia e nel Modenese; in particolare a Carpi dove si possono individuare le fasi più precoci, con la presenza di artefici e opere che vanno diradandosi sullo scorcio del Seicento. Nell’Emilia Romagna la scagliola ebbe un particolare sviluppo, favorito dal fatto che la regione è povera di marmi, ma dispone di cave di gesso. In Toscana, invece, regione che vanta un’antica tradizione, è nel corso del Settecento, fino alla prima metà dell’Ottocento, che si riscontra il maggior interesse per questo genere di lavori e s’instaura una rete di contatti che ne consentirà l’affermazione anche in Inghilterra.  Committenti come Massimiliano di Baviera o il Granduca Pietro Leopoldo di Toscana, sempre attratti dai diversi aspetti delle arti e delle scienze, e i viaggiatori inglesi interessati all’artigianato italiano, nel loro entusiasmo per i lavori in scagliola, erano senz’altro colpiti dai risultati estetici ottenuti attraverso una tecnica complessa e sempre in via di sperimentazione e che manteneva all’oggetto finito un carattere domestico e più caldo rispetto alla fredda perfezione dei mosaici di pietra dura, in cui l’esaltazione del materiale catturava spesso tutta l’attenzione ponendo in secondo piano l’insieme dell’opera. Nei lavori di scagliola le potenzialità espressive sono molte. Il repertorio figurativo e ornamentale si presenta assai vasto e sempre basato su di un gioco illusionistico. La figura o l’ornamento possono simulare a prima vista: una tarsia marmorea, di ebano o di avorio, un’incisione, una pittura su vetro, una natura morta. Tutto espressamente connesso all’abilità tecnica, alle capacità grafiche del disegno, al gusto e alla creatività dell’artefice; da questo insieme dipendeva il risultato finale. Alla base stava una ricerca continua di “ricette” (se così si possono chiamare) frutto del lavoro artigiano d’importanti botteghe; che erano costantemente alla ricerca di nuove espressioni artistiche, non solo per la realizzazione di effetti sempre nuovi e sorprendenti, ma anche per raggiungere una migliore conservazione e una più brillante e stabile lucidatura della superficie. Hans Kerschpaumer, a Salisburgo nel 1591, è il primo artigiano di cui abbiamo traccia, a realizzare piani di tavolo e altri oggetti raffiguranti vedute, uccelli e fiori per il conte Ferdinando del Tirolo. È di Blasius Pfeiffer (attivo dal 1587 al 1622) la prima opera giunta a noi, è la Reiche Kapelle della Residenza di Monaco, iniziata nel 1607, totalmente rivestita di scagliola a disegni geometrici con inserti di vedute e vasi di fiori, che fu portata a compimento dal figlio Wilhelm nel 1632. I migliori risultati si possono attribuire in Italia a due importanti botteghe lontane dalle manifatture di Corte. La prima la troviamo nella solitudine di un Eremo: il Paradisino o romitorio delle celle, del monastero di Vallombrosa presso Firenze. Qui l’abate Enrico Hugford (1695-1771) si era ritirato dedicando il suo tempo a esercizi religiosi e a lavori manuali. La pace e la bellezza del luogo erano le condizioni ottimali per la pratica intellettuale e artistica. Il celebre monaco seppe impiegare ingegnosamente l’arte della scagliola, dedicando la sua vita al perfezionamento della tecnica pittorica con una sicurezza mai eguagliata in precedenza, sfruttandone le capacità espressive nella messa a punto di una virtuosistica pittura lucida e inalterabile. La seconda fu la bottega livornese dei fratelli Della Valle Pietro e Giuseppe, che raccolse i maggiori riconoscimenti tra il quarto e il quinto decennio del XIX secolo. La loro produzione si caratterizza principalmente, per l’uso di supporti neri di ardesia o di marmo bianco rivestiti di scagliola e decorati con pannelli pittorici che rappresentano abilmente i luoghi e i monumenti più celebri d’Italia. La scuola toscana mantenne viva questa produzione nel corso del XVII secolo attraverso gli allievi di Enrico Hugford e con l’istituzione di una cattedra, anche se per breve tempo, presso l’accademia di Belle Arti di Firenze, numerosi furono per tutto l’Ottocento i laboratori attivi a Firenze, dove quest’arte è tuttora praticata.

In Italia allo stato attuale resta da colmare una serie di lacune, soprattutto per quanto concerne la produzione dell’Italia Centro-Meridionale e la storia della scagliola si presenta in un panorama ancor frammentario. Infatti, una verifica degli esemplari di destinazione ecclesiastica ancora in loco, oppure conservati nei musei o segnalati sul mercato antiquario, forniscono spesso elementi preziosi, come datazioni, firme o sigle, che restano però nella maggior parte dei casi privi di contesto.

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