SCHEDE TECNICHE

Queste schede tecniche d’antiquariato sono state scritte dall’antiquario Pierdario Santoroper la rubrica mensile edita sulla rivista “L’Informatore Europeo”. L’originale è corredato da foto e didascalie, qui non riportate.Si ringrazia per la collaborazione la Professoressa Mara Bortolotto, perito d'Arte presso il Tribunale di Bologna (www.peritoarte.it).

Il restauro di un affresco, parte prima.

In questa scheda e nella prossima vi illustriamo le modalità di intervento per il restauro di un affresco, eseguito da Lorena e Luigi Moretto, via Pillo, Medicina, tel. 051850226. Riportiamo interamente la relazione. La documentazione fotografica più significativa è stata introdotta nel testo per renderlo più chiaro.

IL RESTAURO, ESERCIZIO DI TUTELA.

Pensiamo sia giusto considerare il restauro di un’opera o di un qualsiasi oggetto d’arte, uno degli aspetti importanti della tutela del nostro patrimonio storico-artistico; ed è indubbio che la salvaguardia della nostra memoria storica passi necessariamente attraverso la salvaguardia delle innumerevoli testimonianze che di questa fanno parte: si tratta sostanzialmente di prendersi cura di ciò che rappresenta la nostra identità culturale e non solo: nell’introduzione al libro Jhon Ruskin di Roberto Di Stefano egli scrive «Trasmettere al futuro la memoria del passato nelle testimonianze più varie e diverse: dal codice miniato all’edificio monumentale, dall’affresco all’ambiente antico della città, è oggi inteso come compito della società, necessario se non sufficiente, per garantire all’uomo moderno condizioni psichiche e fisiche non distruttive e alienanti».

IL CROCIFISSO TRECENTESCO (Sala del Capitolo, Forli).

Quando il 7 luglio 1866 venne decretato attraverso una legge del governo la soppressione degli ordini religiosi, si procedette anche alla confisca dei beni di loro proprietà: di conseguenza ai Servi di Maria a Forlì fu confiscato il Convento, e la Chiesa passò al Fondo per il Culto. A seguito di tale decisione furono diverse le opere tolte dal loro contesto, ovvero quello del Santuario, per essere trasferite nella Pinacoteca della città: come l Annunciazione del Palmezzano e la Sacra Famiglia di Francesco Menzocchi, tra queste venne inclusa anche l’asportazione del Crocifisso miracoloso venerato nell’antico Capitolo del Convento. In un passo tratto dal Diario di Filippo Guarini 1888, conservato presso la Bîblioteca Comunale di Forlì (vol. VI pag. 465), alla data 30 aprile 1880 troviamo scritto: «in questa occasione è stato tolto dai muro, trasportato in tela l’affresco del Cristo con ai lati la Vergine e San Giovanni che era nel Capitolo della Chiesa di San Pellegrino e si porrà nella Pinacoteca. La pia tradizione vuole che questo fosse il Crocifisso che sanò la gamba a San Pellegrino, e lo prova la devozione costante dei fedeli a quell’immagine. il lavoro di trasporto è stato fatto alla chetichella e ïn modo che le povere timorate di Dio quasi non se ne accorgano». L’incarico fu affidato ad un certo Filippo Fiscali restauratore, che tagliò l’affresco dal muro e lo adagiò su un supporto composto da un’armatura in metallo e gesso. Per anni i Frati lo considerarono una sorta di sottrazione illegale e attraverso una lunga controversia per stabilirne la proprietà ne chiesero più volte la restituzione, che avvenne nel 1966 dopo che si conclusero i lavori di risanamento della sala Capitolare: questo ci fa presupporre che i motivi che indussero al distacco fossero di carattere conservativo, in alcuni documenti dell’epoca si parta infatti di un «frammento di affresco, già nella Chiesa di San Pellegrino, trasportato su rete metallica da Filippo Fiscali che rappresenta Cristo Crocifisso guasto dall’umidore di un muro esterno e dalla negligenza dei custodi». L’intervento fu quindi dettato dalla necessità di preservare l’opera da un’ulteriore degrado, salvo poi scoprire che altri danni vennero causati dal distacco stesso.

SCHEDA TECNICA.

Affresco staccato, frammentario: sec. XIV, collocato presso la sala Capitolare della Chiesa Dei Servi di Maria (San Pellegrino) a Forlì, di dimensioni cm. 178x220; la tecnica pittorica originaria è quella della pittura ad affresco. Raffigura Cristo Crocifisso posto tra le figure dolenti di Maria e Giovanni: da sempre considerato di scuola Giottesca, fu nel 1965 da Carlo Volpi definitivamente attribuito a Giuliano Da Rimini, ed è sicuramente una delle testimonianze più incisive e rappresentative dell’opera del pittore: nonostante l’evidente danneggiamento, si può ancora cogliere la straordinarietà dei volti dei di due Dolenti. Per quel che concerne l’analisi conservativa, l’affresco al momento del restauro si presenta con una lettura frammentaria dovuta in buona parte ai danni riportati in seguito al distacco avvenuto negli anni compresi fra il 1880-88. Una delle zone maggiormente compromesse è senz’altro quella della figura del Cristo, che rivela un notevole degrado: l’aureola e parte della testa, fatta eccezione per alcuni frammenti, sono andate completamente perdute, cosi pure le mani. Inoltre tutto l’affresco è stato mutilato nella sua parte inferiore. In corso d’opera si constata che, in modo diffuso, l’opera ha subito diversi interventi di ridipintura, come nel manto nero della Vergine, o all’interno del cielo e del paesaggio; ove sono visibili diversi frammenti di colore blu scuro, presumibilmente originali, ma ve ne sono molti altri di colore giallo senape e rosso riferibili sicuramente ad interventi di epoca più recente. Una lunga crepa corre dalla croce alla spalla del Cristo, piegando di nuovo sulla croce: in corrispondenza di questa, si evidenziano alcune zone tinte di rosso che sono certamente anche queste parti ridipinte, come quelle riscontrabili lungo il braccio destro e sulla spalla sinistra ed ulteriormente, lungo l’addome e sul perizoma, in cui troviamo inoltre numerosi sollevamenti del colore. Sul manto del San Giovanni sono presenti diversi frammenti di intonaco e colore originali, ma per il resto è stato totalmente ridipinto. Restano altresì ben conservati e leggibili, i volti dei due Dolenti. L’intervento più massiccio di ridipintura risale sicuramente ad epoca cinquecentesca e sono diversi gli elementi, che hanno indotto la dott.sa Anna Colombi Ferretti della Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici di Bologna, che ha seguito e diretto i lavori di restauro, a ricondurre tale intervento al pittore Marco Palmezzano; e a inserire conseguentemente l’opera all’interno del catalogo della mostra dedicata al Pittore che si è tenuta a Forlì nel 2005. L’andamento irregolare della superficie, ove sono evidenti diversi solchi ed avvallamenti nonché delle vere e proprie spaccature è stato provocato in parte dal raggrinzimento della tela (garza o mussola), usata come protezione durante il distacco, ed in parte, nel caso delle spaccature, da movimenti traumatici subiti sempre nel corso di tale operazione: tali irregolarità ed asperità sono vïsibili in più parti dell’affresco, inoltre un’ampia lacuna corre lungo il bordo inferiore, ove vengono riscontrate tracce evidenti di efflorescenze saline. L’intera struttura ha un peso considerevole, dovuto al tipo di supporto su cui ò adagiato l’affresco: in gesso, con all’interno un’armatura di rete metallica, il tutto inserito dentro un telaio di legno sostenuto da una rinforzo anche questo in metallo. L’uso del gesso, di natura fortemente igroscopica, spiegherebbe la presenza delle efflorescenze saline ed è anche la causa dei sollevamenti e dei rigonfiamenti presenti in più punti. Si può affermare in ultima analisi che lo stato conservativo è decisamente pessimo: anche se è difficile affermare, quanto sia dovuto agli interventi ripetuti di restauro, o quanto invece alle condizioni un tempo poco salubri dell’ambiente in cui era originariamente collocato l’affresco: entrambi questi fattori lo hanno portato senza dubbio ad un progressivo degrado.

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