SCHEDE TECNICHE

 

Queste schede tecniche d’antiquariato sono state scritte dall’antiquario Pierdario Santoro

per la rubrica mensile edita sulla rivista “L’Informatore Europeo”. L’originale è corredato da foto e didascalie, qui non riportate.

Si ringrazia per la collaborazione la Professoressa Mara Bortolotto, perito d'Arte presso il

Tribunale di Bologna (www.peritoarte.it).

 

L’avorio parte seconda, materiali e tecniche di lavorazione.

Al posto del raro e costoso avorio si è sovente usato l’osso lucidato, che opportunamente sbiancato può sostituirlo; in particolare si utilizzava l’osso di bue, normalmente la clavicola, sbiancandolo con un’accurata bollitura. Usato come alternativa a basso costo per secoli, l’osso è piuttosto facile da riconoscere. L’osso è cavo, il centro è composto da una sostanza molle inutilizzabile la spongiosa, così come le sue estremità; ciò riduce le superfici utili per la lavorazione. Anche le ossa di elefante, le più grandi disponibili (sono spesse da 0,5 cm. a 0,75 cm.), non sono comunque adatte per oggetti solidi o di grandi dimensioni. L’osso è di solito più opaco e bianco e se artificialmente ingiallito la coloritura non appare regolare rispetto all’avorio e col tempo non presenta le caratteristiche crepe perché non si frattura. Gli oggetti in osso non hanno un alto grado di raffinatezza e dettaglio a causa della composizione a grana grossa del materiale. Lo si riconosce principalmente per la presenza di micro fori sulla superficie; poiché l’osso è composto da tessuti, i vasi sanguigni che scorrono al suo interno lasciano una traccia. Secondo come l’osso è tagliato questi canali, spesso visibili a occhio nudo, possono apparire come punti, macchie, linee. Nel corso del tempo, anche se artificialmente ripulite, queste tracce si anneriscono. Una lente a 10 ingrandimenti è sufficiente per scorgerne la presenza. Nel sottosuolo della Russia e dell'Alaska si trova l’avorio fossile appartenuto ai grandi mammut, vissuti in quelle zone quarantamila anni or sono e ora fossilizzati. Di questo tipo d'avorio si fa oggi un uso abbastanza copioso, ma esso, dopo tanti millenni di fossilizzazione, ha sviluppato una sostanza, la vivianite, assente nell'avorio nuovo, che sottoposta ai raggi U.V. diventa rossa, alterando il colore dell'avorio antico di mammut. L’avorio fossile raramente si trova di colore chiaro, perché col tempo è diventato verde, nero, blu o rossastro. Un altro tipo di avorio è quello vegetale ricavato dalla tagua o corozo. Il frutto ha una struttura globosa, irta di spine, che può pesare da 5 a 20 kg. Quando è fresco, è tenero ed è usato dai nativi come una noce di cocco, di cui ha il sapore. Il frutto ancora fresco, chiamato "mococha", è pieno di un liquido cha ha il sapore molto simile al latte di soia. Quando il frutto invecchia, il liquido caglia, si solidifica e diventa durissimo, formando il nocciolo, bianco e compatto, molto simile all'avorio animale, nonostante le proprietà differenti. In ogni grappolo di frutti ci sono diversi noccioli di dimensioni varianti da quella di un’oliva a quella di un’arancia, che tutti insieme arrivano a pesare circa 20 libre (circa 10 kg), più o meno la stessa quantità di avorio che possiamo ricavare da una zanna di elefante femmina. Le dimensioni di un oggetto fatto di tagua devono quindi essere sempre piuttosto ridotte. Il prodotto ha avuto grande richiesta nei Paesi dell’emisfero Nord fin dagli inizi del XX secolo, per la produzione tradizionale dei bottoni. Si stima che nel 1920 il 20% dei bottoni degli Stati Uniti erano fatti di tagua di Ecuador, Colombia e Panama. Oggi è utilizzato soprattutto per la produzione di oggetti ornamentali.

Tecniche di lavorazione.

L’intaglio è il metodo più utilizzato per ricavare sia figure a tutto tondo sia in bassorilievo. La compattezza e la relativa morbidezza rendono agevole l’uso degli attrezzi normalmente utilizzati per l’intaglio del legno: seghe metalliche, sgorbie, scalpelli, raschietti, lime, e perfino pialletti.  

L’avorio diventa flessibile se trattato con acido fosforico, in antico si lasciava inumidire a lungo e a volte s’impregnava di olio di mandorla. Data la limitata grandezza dei pezzi ottenibili da una zanna, è necessario unire più placchette incollandole a un fondo se si vogliono ottenere superfici più ampie. Il “Sacrificio di Isacco” conservato al museo di Santa Giulia a Brescia misura ben cm. 263 di altezza. Se si utilizzano pezzi interi, è necessario sfruttare la naturale curvatura delle zanne, quale elemento formale della composizione. Solo gli scettri ricavati dai denti di narvalo sono perfettamente dritti. Le sezioni cave delle zanne sono state sempre usate per ricavarne contenitori o boccali.

L’avorio, in più del legno, può anche essere lavorato con strumenti abrasivi come le mole, grazie alla grana fine e compatta. Può essere sia inciso, sia pirografato.

Altra metodologia ampiamente praticata fu quella dell’intarsio. Dapprima si utilizzò la tecnica denominata “certosina”, termine derivato dal suo impiego nel Medioevo da parte dei frati certosini. Si tratta di un procedimento misto, consistente nell’intagliare nel supporto di massello cavità e nicchie in cui alloggiare parti di placcature, tagliate allo scopo, fissate con mastice. Si utilizzarono per ottenere effetti decorativi esclusivamente placcature di essenze diverse per venatura e colore e materiali preziosi come l’avorio e la madreperla, ma anche più comuni come l’osso, il corno, alcuni metalli, ecc. Lo spessore di dette placcature può arrivare ai cinque millimetri. In tempi recenti tale metodo è stato usato o nel restauro per sostituire parti d’intarsio mancanti o per incrostare con materiali nobili (avorio, madreperla, ecc.) i pannelli laccati (tipico esempio i pannelli dei mobili orientali). Le sedi sono ricavate a scalpello e sgorbia, e i pezzi d’intarsio sono normalmente tagliati con lo scalpello; solo i pezzi più minuti sono troncati con cesoie e coltelli. Dopo un periodo di relativo abbandono dal Trecento questa tecnica tornò a diffondersi a Venezia ed in Lombardia; ricordiamo la famosa bottega degli Embriachi. Una certa propensione per il disegno orientaleggiante fa pensare, che il primato spetti al Veneto. Anche in Toscana nacquero centri d’eccellenza nell’intarsio; ed è sicuramente lì che si sviluppò la tecnica di quello detto geometrico.

La tarsia geometrica. E’ così chiamata per il disegno, che la caratterizza ed i pezzi di placcatura sono preferibilmente tagliati a scalpello; ciò non permette di eseguire disegni con curve troppo sinuose. Essa si differenzia da quella certosina perché realizzata accostando uno all’altro i pezzi dell’intarsio, tagliati sempre a scalpello, sullo stesso piano, senza ricorrere all’inserimento in nicchie in precedenza intagliate.

L’intarsio a toppo, detto pure a blocco, costituisce l’inizio di una lavorazione seriale, che conoscerà grande sviluppo tra il Sette e l’Ottocento, evolvendo anche nel micro mosaico.

Esso consiste nell’incollaggio di bacchette di vari materiali tra cui l’avorio disposte in fasci. Si ottiene così all’estremità, in testa, il motivo desiderato. Costruito tale blocco, è interamente affettato in lamelle di disegno uno uguale all’altro. Accostando questi elementi prefabbricati si possono realizzare bande e mosaici in maniera precisa e rapida.

In Germania fu messa a punto la tecnica della “tarsia ad incastro”. Essenzialmente essa consisteva nel sovrapporre due o tre fogli di placcatura di materiali differenti e nel tagliarle insieme con una lama affilata, seguendo le linee di un disegno. S’incastravano poi uno nell’altro gli intarsi ottenuti, positivo con negativo e si alternavano quelli chiari con gli scuri; ottenendo in questo modo un effetto di contrasto cromatico. Altro metodo importante è quello della tarsia a traforo. Descriviamo brevemente gli strumenti necessari. Il cavalletto da intarsiatore era costituito da uno sgabello, chiamato l’asino, perché l’artigiano vi si sedeva cavalcioni, unito sul davanti ad una morsa verticale in cui una ganascia era fissa e l’altra vi era serrata contro azionata da un pedale; in modo da presentare gli impiallacci verticali e di fronte. Dal Settecento si utilizzeranno anche banchi orizzontali per poter eseguire intarsi di grandi dimensioni, sempre provvisti di ganascia a pedale. La sega da traforo, costituita da un archetto con due morsetti alle estremità per fissare la lama, era azionata a mano libera. Le lame si ottenevano da pezzi di molle d’orologi. Dall’Ottocento la sega era collegata ad un braccio mobile, che la manteneva perpendicolare alla morsa; si poterono così segare pacchetti di grandi dimensioni con più intarsi, ma solo perpendicolarmente. Il taglio si esegue da destra verso sinistra, in senso antiorario, azionando la sega con la destra e spostando il pacchetto con la sinistra, mentre le dita pressano il bordo il più possibile vicino al taglio. All’esterno si pongono due impiallacci di legno come contro placcaggi dello spessore di circa due millimetri e su di uno di essi s’incolla il disegno dell’intarsio da eseguire. Per tenere uniti i fogli si possono mettere punti di colla tra foglio e foglio e all’esterno del disegno chiodi di fissaggio. Con la sega da traforo si sega perpendicolarmente al pacchetto, passando sul tratto del disegno, in modo che tutti i fogli siano tagliati insieme e con le identiche misure. Si ottengono così quattro disegni, due positivi e due negativi, che s’incastrano due a due. Caratteristica di questa tecnica è l’assenza d’angoli vivi, poiché lo spessore delle lame di sega antiche non le permette di girare su se stessa senza provocare evidenti vuoti, che con la loro presenza indicano l’antichità dell’esecuzione.

La tornitura fu molto utilizzata sovente unita alla realizzazione di parti traforate ottenute con la sega o con lime e sgorbie. Naturalmente le varie tecniche possono essere utilizzate sia alternativamente, che contemporaneamente. Da ultimo si lucida il pezzo o per semplice strofinamento o con l’ausilio di cere, mai si utilizzano vernici. Si può anche ricorrere a tinture di vario colore.

 

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