SCHEDE TECNICHE

Queste schede tecniche d’antiquariato sono state scritte dall’antiquario Pierdario Santoro

per la rubrica mensile edita sulla rivista “L’Informatore Europeo”. L’originale è corredato da foto e didascalie, qui non riportate.

Si ringrazia per la collaborazione la Professoressa Mara Bortolotto, perito d'Arte e d’Antiquariato presso il

Tribunale di Bologna (www.peritoarte.it).

               La scrittura.

La potenza della parola è riconosciuta dai filosofi e dai religiosi; per ebrei e cristiani: “In principio erat Verbum”, per i musulmani è Allah stesso che inventò la scrittura all’inizio della creazione. Quando la parola è scritta essa diventa eterna e sacra: “Scripta volant verba manent”. La prima forma di scrittura è stata probabilmente quella dei pittogrammi, costituiti da una serie di immagini facilmente riconoscibili e narranti un avvenimento od un rito. Disseminati tra grotte e rupi, oppure su pelli come per gli indiani e gli sciamani della Siberia, od anche eseguiti sulle pareti azteche. Essi si affiancano ad una congerie di forme di prescrittura: dalle funicelle annodate degli Incas, alle conchiglie africane degli Yoruba, od agli ancora recenti bastoni intagliati degli aborigeni australiani. Tanto era sufficiente a civiltà organizzate per tenere il conto degli avi, segnare contratti di proprietà, ecc. Tra il V ed il IV millennio avanti Cristo l’evoluzione dello stato, delle città ed un generale momento di prosperità, portò i Sumeri alla creazione di categorie specializzate nell’amministrazione pubblica e privata ed alla codificazione della prima forma vera e propria di scrittura, quella cuneiforme. Il segno non rappresenta più intere frasi o situazioni ma singole parole, molto più adatte alla descrizione complessa delle clausole legali di un contratto. Subito dopo, all’inizio del IV millennio, furono gli Egizi a creare la complessa scrittura geroglifica basata su ideogrammi (in cui ad ogni parola-concetto corrisponde un segno particolare), precedendo di circa cinquecento anni i Cinesi. Lì la casta degli Scribi, qui quella dei Mandarini si servirono di tale complessità per mantenere per millenni i propri privilegi. I Cinesi non sono andati oltre, mentre Assiri ed Egizi sono iniziati ad indicare corrispondenze tra segni e fonemi sillabici e poi direttamente colle singole consonanti. L’assenza delle vocali scritte, che, come per l’ebraico e l’arabo, servono solo a contestualizzare il discorso, non ci permette di conoscere quale è l’esatta pronuncia delle parole. Sono stati i Fenici, che, per le esigenze dei loro vasti commerci, necessitarono di una scrittura più semplice ed allo stesso tempo più universalmente accessibile.  Loro sono stati i creatori di un alfabeto composto di ventidue segni, che è stata alla base dei principali alfabeti successivi. I Sumeri scrivevano su tavolette di argilla. Questa tecnica, a parte la complessità di preparazione, essendo necessario utilizzare superfici umide ma non troppo, obbligava a semplici incisioni simili a piccoli triangoli, appunto cuneiformi, non permettendo segni complessi. Gli Egizi, dal 3000 a.C. utilizzarono una materia prima abbondante nel loro territorio: il papiro (cyperus papyrus, a base di cellulosa, come la carta). Il midollo di tale pianta era tagliato a strisce, che, poggiate su di un’asse, erano affiancate leggermente sovrapposte, al primo strato verticale se ne sovrapponeva un secondo perpendicolare, il tutto era battuto e poi pressato; la linfa fungeva da collante ed una volta secco, dopo averlo accuratamente raschiato e rifilato con coltelli d’avorio o conchiglie, si otteneva un foglio robusto e leggero, estremamente pratico. Incollando in fila più fogli (Plinio quale collante ci descrive una pasta di farina a base di colla) si può allungarlo quanto si voglia. Ottenuto il foglio si inventò anche l’inchiostro: nero composto di fuliggine e leganti, gomma o colla; rosso con ossido di ferro al posto del nero fumo. Il papiro assorbe tale inchiostro rendendolo indelebile. Come penna si ricorse allo Juncus Maritimus, tale giunco era tagliato in asticelle di poco più d’un palmo e spesse come una matita. Esso poteva essere semplicemente appuntito per i tratti sottili o sfrangiato, martellandone la punta, per utilizzarlo quale piccolo pennello, per tratti più corposi. Immergendolo nell’inchiostro questi era assorbito dalle fibre, di cui è composto il giunco, che, all’incirca come nei moderni pennarelli, fungeva da serbatoio. I Greci perfezionarono la tecnica inventando il calamo, presto adottato universalmente, ottenuto dallo stelo del Pragmytis communis, che per indurirlo era immerso nel letame per circa sei mesi; poi la punta era tagliata a becco di flauto e per renderla morbida la si fendeva per il lungo, all’incirca come nei moderni pennini. I papiri erano avvolti in rotoli e conservati in apposite scatole cilindriche le capsae. Per leggerli si svolgevano con una mano, arrotolandoli con l’altra, ma in questo modo per cercare un brano era necessario svolgere il papiro fino al punto desiderato; inoltre ciò consentiva di scrivere solo la faccia interna, che era la sola leggibile. Greci e Romani utilizzarono per scritti temporanei, appunti, compiti, ecc, tavolette di legno a vassoio ricoperte di cera. La penna era lo stilo, di metallo o d’osso, da una parte a punta, con cui si incideva la superficie, e dall’altra a spatola, con cui si cancellava facendo tabula rasa. Queste tavolette a volte erano provviste lateralmente di fori, che permettevano di legarne diverse assieme da chiudere una contro l’altra, ottenendo la prima parvenza di un libro.

Le pelli di animali erano state usate, come supporto, già dagli Egizi, ma risultavano troppo pesanti e soprattutto col tempo tendevano a marcire ed a puzzare. A Pergamo intorno al duecento a.C. si stava costituendo una grande biblioteca in competizione con quella di Alessandria. La necessità di supporti per scrivere alternativi al papiro, che era prodotto esclusivo dell’Egitto, era impellente. Ed ecco prendere forma definitiva la pelle quale supporto, che fu dal luogo di produzione chiamata pergamena (ricavata dalla superficie interna, lato liscio, ed esterna, lato ruvido, della pelle. La divisione delle due parti si chiama spaccatura. A base proteica). Si scoprì che immergendola nella calce si asportavano sia i residui di carne, che i peli. Una volta tesa su di un telaio si cosparge di gesso per sgrassarla, si raschia con un caratteristico coltello a mezzaluna e si lascia seccare. In alternativa alla calce si può usare il sale (operazione detta salatura). La pergamena è leggera, resistente, liscia e non marcisce, grazie all’alcalinità acquisita dalla calce; ma anch’essa era arrotolata e scritta da un solo lato. Solo intorno al cento d.C. si capì che i fogli potevano essere piegati e legati assieme lungo detta piegatura. Nasceva il codice, che permetteva inoltre di essere scritto su ambedue le facce. I fogli erano accoppiati con la superficie liscia contro di quella liscia, la ruvida contro la ruvida, caratteristica, che si deve sempre riscontrare nei volumi antichi integri. La sorte del papiro, che più fragile mal sopportava la piegatura, era segnata. Fin dall’antichità si erano utilizzate per scrivere le penne dei volatili, ma risultavano troppo tenere per la dura superficie del papiro. Al contrario erano più adatte per la morbida pergamena. Tra il sesto e l’ottavo secolo d.C. la penna si afferma definitivamente. Gli olandesi nel cinquecento trovarono un modo facile per liberarla dalla membrana, che la riveste sia all’interno che all’esterno, bastava immergerla in sabbia fine riscaldata a sessanta gradi per farla seccare e poterla asportare; una tecnica simile, ma con impiego di cenere, è citata in un trattato di Giovanni Battista Palatino (1540). Se poi la si immerge in una soluzione bollente di allume o acido nitrico essa diventa notevolmente robusta e resistente, acquistando un caratteristico colore giallognolo. Si utilizzano le penne remiganti primarie dell’ala destra, la cui curvatura segue quella della mano ed evita di frapporre la penna tra l’occhio ed il foglio; quelle sinistre sono pure usate, ma mozzate. Ricordiamo che era praticamente vietato scrivere con la sinistra, la mano del diavolo. La punta è tagliata come il calamo, inclinata e poi per un tratto per lungo, per renderla più morbida, come per i moderni pennini. Dal quattrocento si affermò il foglio di carta di stracci (per approfondimenti vedi la scheda “il Disegno” pubblicata sul numero 143). Con la Rivoluzione Industriale il fabbisogno di penne aumentò a dismisura. Nella sola Francia all’inizio dell’ottocento si importavano annualmente da ottanta a cento tonnellate di penne d’oca ed in Inghilterra se ne consumavano oltre trenta milioni. Le penne erano prodotte artigianalmente e si inventarono macchine per tagliarle automaticamente, come quella del 1809 di Joseph Bramah che otteneva dal fusto di ogni penna diversi pennini d’oca tagliandolo sia a pezzi che trasversalmente e longitudinalmente, poi si innestavano questi pennini su apposite impugnature. Vari tentativi erano stati fatti per fabbricare penne metalliche. I romani ne hanno lasciate d’argento e di bronzo. In genere si tratta più che altro di oggetti lussuosi, rituali, di scarso utilizzo pratico. Un tentativo di produrne una di ferro risale al 1614 e dal 1740 i miglioramenti nella fusione dell’acciaio vedono altri tentativi tra cui quelli di produrre pennini metallici, ma non si va oltre l’imitazione della tecnica della penna d’oca. Solo nel 1830 l’inglese Josiah Mason realizzò il primo vero efficiente pennino con una semplice geniale innovazione: praticò un forellino all’inizio del taglio longitudinale. Con questo accorgimento ottenne sia una distribuzione ottimale dell’inchiostro, che una maggiore flessibilità e morbidezza della punta. La punta restava tuttavia soggetta a rapida usura, il problema fu risolto nel 1840 realizzando pennini d’oro rinforzati in punta da placchette di iridio. Solo nel 1884 l’americano Lewis Edson Waterman brevettò la prima stilografica efficiente, la “Fountain Pen”. Il definitivo successo della stilografica è sancito dalla prima guerra mondiale, quando ogni militare americano impegnato in Europa l’utilizzò per scrivere a casa. Nel 1943 un giornalista ungherese, rifugiato in Argentina, Lázló Jóseph Biró inventò la penna a sfera, realizzando quanto già era stato tentato prima con scarso successo, data la difficoltà di produrre sferette regolari. Le stilografiche sono state prodotte con molti materiali, oltre a quelli metallici, ferrosi o preziosi. Con guttaperca, gomma greggia prodotta da varie sapotacee tropicali. Con ebanite, sostanza creata grazie a Charles Goodyear (inventore della vulcanizzazione) e a Thomas Hancock nel 1843 e molto utilizzata in seguito come sostituto dell’ebano e come isolante elettrico. Con celluloide, plastica sintetica preparata mescolando nitrato di cellulosa, o piroxilina, con pigmenti e stucco in una soluzione di canfora e alcol, ottenuta nel 1869 dall'inventore statunitense John Wesley Hyatt, mentre cercava una sostanza che potesse sostituire l'avorio nella fabbricazione delle palle da biliardo. Con bakelite, ottenuta nel 1909 dal chimico belga Leo Hendrik Baekeland a partire da fenolo e formaldeide, rappresenta la prima vera e propria materia plastica interamente sintetica. E con altri metodi fantasiosi.

Due sono i tipi d’inchiostro più usati. Quello più antico, adottato dagli Egizi, è ottenuto miscelando acqua e carbonio, ovvero nero fumo, chiamato anche caligine o fuliggine, ed un legante a base di colla o di gomma (La gomma arabica è la resina dell’acacia; era importata in Europa dall’Asia minore). Il carbonio, che essendo inerte è praticamente inalterabile, resta alla base degli inchiostri moderni per stampa. Subito dopo nel 3000 d.C. i Cinesi produssero una sorta di tintura rossiccia, formata da linfa e resina di alberi mischiata con vari insetti appositamente allevati, che era utilizzata in una specie di primitiva stampa xilografica. Nel IV o V secolo d. C. Wei-Tang elaborò una formula composta di un residuo carbonoso, resine ed acqua. Mentre in precedenza erano usati direttamente i residui degli oli bruciati, Wei-Tang bruciava gli oli sotto ad un imbuto, che convogliava il fumo verso una copertura. Dalla copertura veniva quindi spazzolato via il residuo del fumo, che era poi miscelato. La sostanza ottenuta era utilizzata per una sorta di stampa xilografica oppure impastata a formare bastoncini per scrivere (una specie di matite). Questo tipo di inchiostro, usato largamente in Oriente per oltre mille anni, era esportato in Occidente con il nome di Inchiostro Indiano o inchiostro di China.

L’altro tipo di inchiostro più diffuso è quello ferro-gallico, poco usato in Cina, perchè tende ad espandersi ed è meno adatto al pennello. Il termine inchiostro deriva, nel medioevo, dalla voce latina encaustum (bruciare dentro/sopra) dal momento che l’acido gallico e tannico presenti fra i suoi ingredienti corrodono la superficie sulla quale si scrive. La base dell’inchiostro medievale era una soluzione di galla e gomma, cui si dava colore con l’aggiunta di carbone (nerofumo) e/o alcali di ferro. Ma questo inchiostro di alcali ferrosi tendeva a sbiadire in un rosso marrone o giallo. Sali di rame erano usati occasionalmente e tendevano a scolorire in tonalità grigia verdi. L’inchiostro a base di noce di galla e metallo era in uso almeno dal III secolo, ma non vi sono descrizioni della sua preparazione fino al XII secolo con Teofilo. Da questo momento le ricette artigianali descrivono tali inchiostri e, probabilmente, tutti i manoscritti tardo medievali sono scritti con questo stesso tipo. L’inchiostro era adoperato per scrivere, per disegnare, per rigare/tracciare linee su cui scrivere, come acquerello applicato diluito con un pennello, ecc. Il principale ingrediente è la galla di quercia, una formazione tumorale rotonda, della misura di una piccola biglia, che cresce sulle foglie e sui rametti della quercia. Si origina quando una vespa depone le sue uova all’interno del germoglio e intorno alle larve si forma una sfera soffice e di colore verde pallido. L’Acido tannico e gallico contenuti nella galla sono poi disciolti in acqua per formare la base dell’inchiostro. Le migliori erano ritenute quelle importate da Aleppo nel levante. Il secondo ingrediente è il solfato di ferro (noto anche come copparosa verde, vetriolo verde o salmortis), che poteva essere prodotto artificialmente o trovato in natura come risultato dell’evaporazione dell’acqua nei terreni ferrosi. La copparosa verde, a partire dal XVI secolo, era prodotta versando acido solforico su vecchi chiodi, filtrando il liquido così ottenuto e mischiandolo con l’alcol. La copperosa verde e l’estratto di galla sono rimescolati con un bastone di fico. La soluzione così passa da un marrone pallido al nero. Poi è aggiunta della gomma arabica per incrementarne la densità. Le penne d’oca necessitano di un inchiostro viscoso, al contrario di quelle stilografiche. L’inchiostro a base di noce di galla si scurisce ancor più per ossidazione, quando le pagine dei manoscritti sono esposte all’aria. E’ ben assorbito dalla pergamena ed al contrario di quello a base di nerofumo può essere rimosso con una certa facilità; l’inchiostro a base di noce di galla è anche maggiormente lucido e splendente dell’altro che risulta più nero e granuloso. L’inchiostro rosso era molto usato nei manoscritti medievali per titoli, sotto titoli e rubriche (dal latino ruber, rosso) Inchiostri blu e verdi esistevano, ma erano assai rari. L’uso del colore rosso risale per lo meno al V secolo e fiorì fino al XV secolo. L’inchiostro rosso si può ottenere anche dal verzino o scorza del brasile (così chiamata perchè lì è molto diffusa, ma non perchè sia originaria di quel paese), infusa in aceto e mischiata con gomma arabica. Il vermiglio si otteneva con solfati di mercurio trasformati in inchiostro rosso mediante frantumazione e miscelazione con chiara d’uovo e gomma arabica. Vi sono anche quelli bruno-ruggine: di seppia, dal nero di seppia; di bistro, dalla polvere di legno di faggio. Altri rossicci sono ottenuti da: robbia, campeggio, Kermes persiano e dalla spremitura della cocciniglia (un insetto). Il cosiddetto viola Tyrian è estratto da dei crostacei. La diffusione della stampa, eseguita solo in nero, portò all’abbandono degli inchiostri colorati. Un altro avvincente capitolo riguarda tutti quegli accessori dello scrivere, come i calamai, i vari tipi di penne, cannucce e stilografiche, che sono oggetto di collezionismo; e tutti gli arredi, dalle scatole scrittoio ai troumeau. 

 

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