查看这篇文章 : 372336
Antonio Mancini, "Mimì 1918"
作者 : Antonio Mancini
时间:: Anni 20
尺寸高x宽x深:  
Mimì di Antonio Mancini Firmato in rosso in alto al centro Olio su tela, 1918. Dimensioni: 97,2x71,7 cm (con cornice 127x101 cm). Antonio Mancini nacque a Roma il 14 novembre 1852, in un periodo di profonde trasformazioni politiche e sociali. Nonostante il clima laicista dell'epoca, Mancini rimase legato per tutta la vita alla sua fede religiosa, come dimostra la presenza di icone e simboli sacri nelle sue opere, che spesso assumono il ruolo di veri e propri soggetti secondari. La sua arte, profondamente introspettiva, trova inoltre radici nella cultura religiosa, nutrendosi del bisogno di solitudine caratteristico del contesto napoletano. Dal 1890 al 1900, la pittura di Mancini è dominata da un uso sapiente e armonioso dei colori neri, accostati a una tavolozza ricca ma scurita, che conserva sempre brillanti tonalità. Questo è il periodo dei grandi ritratti, in cui le figure si stagliano sulla tela con la forza e la presenza di un vero e proprio ritratto, dagli scugnizzi napoletani alle dame in costume della sua tarda attività. [1] 1852: Cavour assume la presidenza del Grande Ministero. [2] 1866: Promulgazione delle leggi eversive dell'asse ecclesiastico, che portarono alla soppressione di molti ordini religiosi e alla confisca dei loro beni, con una conseguente dispersione di opere d'arte. Antonio Mancini (1852 Roma - 1930 Roma) La famiglia di Mancini si trasferì a Narni poco dopo la sua nascita, dove ricevette la sua prima formazione artistica. Nel 1865, si trasferì a Napoli, dove lavorò come doratore e frequentò l'oratorio dei Girolamini e la scuola serale presso la chiesa di San Domenico Maggiore. Qui incontrò il coetaneo Vincenzo Gemito, con cui iniziò a studiare il disegno da calchi antichi e dal vero. Nel 1865 si iscrisse all'istituto di Belle Arti di Napoli, ottenendo l'anno successivo il primo premio della scuola di figura. Aderendo al movimento antiaccademico, Mancini si rivolse alla realtà circostante, traendo ispirazione dalla vita popolare, in particolare dal mondo del circo. L'arrivo di Domenico Morelli alla cattedra di pittura dell'istituto nel 1868 segnò una tappa fondamentale nella sua formazione. Mancini assimilò la lezione del naturalismo napoletano del Seicento, grazie anche alla frequentazione di artisti come Francesco Paolo Michetti, Gaetano Esposito e Paolo Vetri. La sua prima opera datata, "Testa di bambina" (1867), dimostra ancora una certa incertezza, ma l'anno seguente esordì con il capolavoro "Lo scugnizzo" (Terzo comandamento). Quest'opera, raffigurante un adolescente diseredato che contempla i resti di un festino, fu esposta alla Promotrice di Napoli nel 1875 e segnò l'inizio della sua poetica, caratterizzata da una forte carica pittorica e da tematiche evocative. L'artista sedicenne fu ammirato da Stanislao Lista e Filippo Palizzi. Da questo momento prese avvio la sua predilezione per la raffigurazione degli scugnizzi napoletani, descritti con intenso realismo ma trasfigurati in chiave mitica. La sua intima identificazione morale con il mondo degli esclusi divenne veicolo di sublimazione poetica e psicologica. Tra i suoi lavori di questo periodo si ricordano "Carminella" (1870), "Il prevetariello" (1870), "Il cantore" (1872), "Saltimbanco" (1872) e "Bacco" (1874). Nel 1870 ottenne il primo premio per la pittura e l'anno successivo per il disegno di figura con "Vestire gli ignudi". Grazie all'interessamento di Antonio Lepre, Mancini ottenne alcuni locali nell'ex convento di San Andrea delle Monache, che utilizzò come studio insieme a Gemito e altri artisti. Qui realizzò "Figura con fiori in testa" (1871), che lo fece conoscere al musicista belga Albert Cahen, suo futuro mecenate. Attraverso Cahen, Mancini entrò in contatto con importanti esponenti della cultura cosmopolita, come Paul Bourget e la famiglia Curtis. Nonostante un tentativo fallito di avvicinarsi al mercante tedesco G. Reitlinger, Cahen gli procurò contatti con il mercato artistico internazionale, permettendogli di esporre opere a Parigi e al Salon. Nel 1873 intraprese il suo primo importante viaggio di studio, visitando Venezia e Milano. Nell'estate del 1874, frequentò assiduamente la villa Arata di Portici, dove risiedette con la famiglia di Mariano Fortuny. L'incontro con Fortuny fu fondamentale, permettendogli di farsi conoscere da Adolphe Goupil, celebre mercante francese. L'opera "Jeune garçon tenant une pièce de monnaie" (1873-74), dono a Fortuny, fu inclusa nella celebre vendita all'asta della collezione dell'artista spagnolo a cura di Goupil. Grazie a questa visibilità, Mancini si recò a Parigi nel 1875, dove conobbe artisti come G. De Nittis, Giovanni Boldini, Ernest Meissonier e Jean-Léon Gérôme. Ottenne un contratto da Goupil che gli consentì di inviare opere da Napoli. Nonostante ciò, lo scarso successo all'Esposizione nazionale napoletana del 1877 lo indusse a tornare a Parigi nel marzo 1877. Qui, lavorò al "Saltimbanco" (1878), capolavoro di straordinaria sintesi poetica, acquistato dal comitato dell'Esposizione universale del 1878. Nello stesso periodo, strinse con Gemito un patto economico protezionistico, che degenerò in aspri contrasti e portò alla rottura della loro amicizia nel 1878. L'esperienza parigina fu funestata da debiti, malattie e difficoltà di adattamento, portando Mancini a tornare a Napoli nel marzo 1878. Frustrato, Mancini subì nell'ottobre 1881 un ricovero nel manicomio provinciale di Napoli, dove continuò a dipingere, realizzando numerosi ritratti e autoritratti che testimoniano il suo stato di turbamento. Dimesso nel febbraio 1882, con l'appoggio finanziario del barone Carlo Chiarandà, decise di trasferirsi a Roma nel 1883. Qui divenne sodale del marchese Giorgio Capranica del Grillo, suo mecenate, e conobbe il ricco mecenate americano Daniel Sargent Curtis. Seguì l'incontro con lo scultore Thomas Waldo Story e l'inizio della sua relazione a distanza con il collezionista olandese Hendrik Willem Mesdag. Nel 1887, a Venezia, frequentò il salotto di palazzo Barbaro. Tornato a Roma, Mancini sperimentò la tecnica della "doppia graticola", consistente in due telai quadrettati posti davanti al modello e alla tela per garantire la precisione prospettica. Nonostante le sue ricerche tecnico-pittoriche, rimase emarginato nell'ambiente artistico romano, da lui considerato corrotto e volgare. Nel 1890, il padre Paolo si trasferì a Roma presso di lui, diventando uno dei suoi modelli. Nel 1894 ricevette la commissione del ritratto della madre di Maffeo Pantaleoni, premiato all'Esposizione universale di Parigi del 1900. Nel 1895 incontrò Isabella Stewart Gardner, che gli commissionò il ritratto del marito. Partecipò alla Biennale di Venezia nel 1895. Nel 1898, l'incontro con Edoardo Almagià portò a nuove significative commissioni. Nel 1901 si recò a Londra, dove eseguì ritratti per Claude e Haroldino Pensonby e incontrò Mary Hunter, sua mecenate. Frequentò il salotto artistico-letterario della famiglia Caccamisi, dove conobbe artisti come Jacques-Émile Blanche, Auguste Rodin, John Lavery e John S. Sargent. Nonostante i buoni contatti, l'approdo del Mancini alla Royal Academy fu deludente, venendo selezionato solo uno dei suoi dipinti. Tornato in Italia, si recò a Ghiffa per realizzare un ritratto ai coniugi Torelli. Nel frattempo, il successo internazionale cresceva con mostre a L'Aia, Dordrecht e Monaco. Partecipò all'Esposizione internazionale di Düsseldorf nel 1904 e le sue opere furono premiate a Saint Louis (1904) e Monaco di Baviera (1905). A Roma, entrò in contatto con nuovi committenti come Hugh Lane, direttore della Municipal Gallery di Dublino. Nel settembre 1907 tornò a Londra, per poi recarsi a York e Dublino. Tornato a Roma nell'estate del 1908, firmò un contratto con il mercante tedesco Otto Messinger, per cui dipinse figure in costumi settecenteschi o esotici. Nel 1910 intraprese un viaggio in Germania, visitando Monaco, Norimberga, Colonia e Berlino. Nel 1911, dopo l'esposizione della collezione Messinger a Monaco, tornò a Roma. La sua partecipazione all'Esposizione internazionale del 1911 gli valse uno dei premi ex aequo per il miglior artista, con particolare attenzione alla sua tecnica sempre più audace. Nel 1912, il magnate francese Fernand du Chêne de Vère divenne suo committente esclusivo. Durante questo periodo, Mancini visse nella sua dimora a Frascati, con ampi locali e un ricco armamentario per le sue ambientazioni eccentriche. Solo dopo la Prima Guerra Mondiale, tornando a Roma, andò a vivere con il fratello Giovanni. Nel 1920, la XXII Biennale di Venezia gli dedicò una mostra personale, consacrando il suo trionfo. Riacquistò il suo dipinto giovanile "Lo scugnizzo". Gli ultimi anni della sua vita furono costellati di tributi e riconoscimenti: una mostra retrospettiva all'Augusteo di Roma nel 1927, vendite importanti a Milano e una mostra al Castello Sforzesco nel 1923. A Londra, la galleria Knoedler organizzò nel 1928 un'esposizione delle sue opere del periodo inglese, con una prefazione di Sargent. Nominato accademico di merito di San Luca nel 1913 e cittadino onorario di Napoli nel 1923, fu tra i primi ad essere accolto nella Reale Accademia d'Italia nel 1929. Nello stesso anno eseguì un autoritratto che riassume le tappe del suo percorso professionale ed esistenziale. Morì a Roma il 28 dicembre 1930. Nel 1931, la I Quadrienale romana gli rese omaggio con una mostra personale. Nel 1935, la sua salma fu traslata dal Verano alla chiesa di Sant'Alessio all'Aventino. Fonti e Bibliografia: L. Ozzola, Artisti contemporanei: Antonio Mancini, in Emporium, XXXIII (1911), pp. 415-429. D. Cecchi, Antonio Mancini, Torino 1966. E. Santoro, La poetica di Antonio Mancini attraverso gli appunti e le lettere, tesi di laurea, Università degli studi di Bologna, facoltà di lettere e filosofia, a.a. 1976-77. H. Pennock, Antonio Mancini en Nederland, Haarlem 1987. Antonio Mancini, 1852-1930 (catalogo, Spoleto), a cura di B. Mantura - E. di Majo, Roma 1991. A. Oliverio, Il pittore pazzo, ibid., pp. 37-41. P. Rosazza, Fortuna di Antonio Mancini nelle raccolte pubbliche e private, ibid., pp. 29-35. M. Picone Petrusa, Dal 1848 alla fine del secolo, in Civiltà dell'Ottocento. Le arti a Napoli dai Borbone ai Savoia (catalogo), I, Napoli 1998, pp. 425-433. A chisel and a brush. Vincenzo Gemito e Antonio Mancini. Italian art 1850-1925 from the Gilgore Collection (catalogo, Naples, FL), a cura di F. Licht, s.l. 2000, p. 70 n. 18. F. Licht, Mancini and Gemito in the Gilgore Collection, ibid., pp. 11-28. Italie 1880-1910. Arte alla prova della modernità (catalogo, Roma-Parigi), a cura di G. Piantoni - A. Pingeot, Torino-Londra 2000, pp. 105 s. n. 6.
Antichità Santoro 
Via Nazario Sauro 14 
40121 Bologna BO (Bologna)  Italia